Qui si spiega perché la Libia sarà pericolosa come la Somalia

Questa onda di rivolte avrà conseguenze diverse a seconda del paese. Sono moderatamente ottimista per l’Egitto, perché il regime di Mubarak era illiberale e nepotista, come la maggior parte dei regimi della regione, ma non totalitario. La situazione potrebbe essere più problematica in Tunisia. di Vittorio Emanuele Parsi
15 AGO 20
Immagine di Qui si spiega perché la Libia sarà pericolosa come la Somalia
Questa onda di rivolte avrà conseguenze diverse a seconda del paese. Sono moderatamente ottimista per l’Egitto, perché il regime di Mubarak era illiberale e nepotista, come la maggior parte dei regimi della regione, ma non totalitario. La situazione potrebbe essere più problematica in Tunisia, dove Ben Ali, nel periodo al potere, ha distrutto gran parte delle strutture sociali esistenti. A Tunisi, l’intreccio fra potere e ricchezza era più stretto: il regime rappresentava una discontinuità violenta rispetto al sistema a partito unico precedente. Sono ancor più pessimista rispetto alla Libia. Muammar Gheddafi è stato, per così dire, scientifico nella distruzione delle istituzioni nazionali. Dopo quarant’anni di un regime come il suo, che ha acuito le rivalità interne e corrotto il tessuto sociale, è difficile immaginare che la rivolta produca risultati liberali. Oltretutto, per le modalità violentissime con cui la transizione sta cercando di prendere sostanza, è difficile pensare a esiti che non siano in qualche modo minacciosi per il Mediterraneo del nord. Il paese potrebbe decomporsi, formazioni estremiste potrebbero ritrovarsi padrone di porzioni del territorio – una Somalia piantata nel centro del Mediterraneo – e la mancanza di controllo delle coste potrebbe trasformare la Libia in un trampolino di lancio per giganteschi flussi migratori.

Ma la vera bomba a orologeria che occorre disinnescare è il possibile incrocio fra i sentimenti delle piazze arabe e la questione palestinese. Ed è proprio questa la carta che potrebbe cercare di giocare l’Iran per paura di essere attraversato da una nuova Onda verde di protesta. George W. Bush aveva ragione quando diceva che i dittatori non si possono sostenere per sempre. La sua Freedom Agenda ha avuto il merito di portare il problema dei regimi all’ordine del giorno. Ma le rivolte delle ultime settimane sono autoctone, non hanno bisogno di spinte esterne e non hanno nulla a che fare né con la Freedom Agenda, né con le aperture cairote di Obama. Da questo punto di vista, la capacità dell’occidente di influenzare le piazze è bassissima. Ora serve un esercizio di grande realismo, soprattutto dobbiamo evitare di commettere sempre gli stessi errori. Il primo è pensare di governare questi movimenti. Non si deve più fornire sostegno a leader che ormai sono finiti, ma si dovrebbero esercitare tutte le pressioni diplomatiche e politiche perché si ponga fine ai massacri. Ogni altra mossa finirebbe per alienare i nostri futuri interlocutori attraverso eccessi di timidezza o paura, oppure per rendere il loro compito sospetto agli occhi delle opinioni pubbliche interne. Questo resta valido qualunque possano essere i nostri futuri interlocutori.

di Vittorio Emanuele Parsi
(testo raccolto)